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Capitolo 3
Orizzonte di pianura

Le prime automotrici ALn 668 sono entrate in servizio nel 1956/57. Le loro ultime discendenti - le ALn 663 - esattamente trent'anni dopo. Per un buon quarto della rete ferroviaria italiana, le ALn 668 hanno rappresentato tutto: l'unico modo di viaggiare per quelle linee, l'unico modo di fotografarle. Molte sono senz'altro linee appenniniche, persino alpine; ma anche tanta è pianura. L'orizzonte di pianura è punteggiato di automotrici; convogli di due o tre elementi, ma anche molte automotrici isolate continuano a correre per gli ampi spazi della pianura padana, tranquille e minuscole, tanto che ai viaggiatori pendolari abituati ai treni suburbani sembrano spesso una ferrovia preistorica.

I nuovi treni che stanno sostituendo queste automotrici hanno l'aria condizionata, e dunque i finestrini sigillati. Provate a chiedere ai viaggiatori se vogliono i finestrini sigillati. Nessuno vi risponderà che li vuole, eppure il futuro ci riserva solo treni sigillati, come fosse una cosa scritta nel destino. Percorrere le risaie senza potersi affacciare al finestrino sarà un nonsenso: il vento caldo, l'odore umido del terreno, il gracidare delle rane sono la risaia.

Già, la risaia. Chi come me vive a Milano, o comunque in un contesto fortemente urbanizzato, di solito intende l'escursione fuori porta come una gita in montagna, al lago. La ferrovia di pianura, la Lomellina a pochi passi, mi hanno invece portato ad esplorare luoghi che difficilmente si direbbero turistici, e tuttavia capaci di insegnare a leggere l'alternanza delle stagioni, la successione dei nuclei urbani, gli scenari di una geografia libera ed aperta, che nelle giornate più limpide si estende fino all'orizzonte delle Alpi, lontane e vicine.

Poi ci sono le stazioni; la gestione moderna della ferrovia tende a separare i servizi dalle infrastrutture, mettendoli in conto a due società distinte, ma chi esplora e fotografa la ferrovia, rimane affascinato nel ritrovare una compattezza stilistica tra il treno e la sua stazione. E' qualcosa che oggi si legge sempre più con difficoltà, moltissime stazioni sono diventate come un guscio vuoto, spesso ricoperto di scarabocchi, con gli stessi binari ridotti al minimo. Naturalmente queste economie hanno permesso di mantenere in vita la ferrovia: ad esempio nell'inverno 1991/92 la maggior parte delle linee secondarie piemontesi rimase chiusa vari mesi per essere ammodernata e automatizzata, e grazie a questo intervento i treni vi corrono ancora oggi. Tuttavia, alcune delle immagini che seguono documentano proprio quella singolare, forse arcaica atmosfera di stazione, là dove si è conservata più a lungo.

Infine le linee principali: ci sono certamente anche loro, per la pianura, ed è su di esse che la varietà del materiale rotabile è maggiore. E anche su queste linee la risaia dà un valore aggiunto, con la tipica pulizia dei suoi argini, così importante per il fotografo, a confronto con la selva ininterrotta di alberi e arbusti che troppo spesso costeggia le altre linee ferroviarie.

Forse sulle linee di pianura c'è meno da raccontare, da discutere: negli spazi abbondanti della campagna non c'è quel contrasto aspro tra la velocità e la morfologia naturale, che rende così dibattute le ferrovie costiere (anche se persino in pianura si parla sempre più insistentemente di interramenti e altri strani sistemi per occultare i binari). Nondimeno, la grande pianura rimane un soggetto di primo piano nell'orizzonte della ferrovia, nei suoi modi di leggerla e fotografarla.


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