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...Con il mare nel finestrino

Di Albano Marcarini, da "La natura, i paesaggi. Liguria", supplemento al n. 256 di Airone, 2002

I due binari della stazione di Cervo, il mare di sfondo, il borgo, la via Aurelia (il tracciato originale è quello che prosegue diritto, non nel sottopasso), i primi palazzi moderni, le case coloniche e gli orti ai due lati del binario (ma oggi sono stati riempiti da villette a schiera): mi è sembrata un'immagine sintetica del paesaggio ligure, utile a introdurre il brano che segue, tratto da un numero monografico della rivista Airone di qualche anno fa.

"Sbucato dalla galleria delle Pievi, l'elettrico scivola già col pantografo dentro il fornice buio della successiva, portandovi la sua corsa inderogabile, illividita da scintille violette. Un vagone dopo l'altro, il convoglio si snoda davanti il Dente del Lupo: riapparito appena dentro il giorno, lo perde: lascia il mare, entra nel monte. La zanna riemerge sola e nera dall'indaco, coronata di furore e di spuma, a dar travaglio al pilota.

Bisogna avere la proprietà di linguaggio di un ingegnere elettrotecnico, amare la Riviera e chiamarsi Carlo Emilio Gadda per vestire d'eleganza una costante del paesaggio ligure: la ferrovia. I liguri al treno ci hanno fatto l'abitudine. I turisti invece, che il treno qualche volta lo usano o lo vedono scorrere, restano spesso sorpresi o spaventati per questo apparire e scomparire fra le pieghe degli scogli, per questo istantaneo sferragliare a due passi dalla spiaggia o dalla porta di casa. Sul vagone, poi, è una sequenza da flash elettronico, da rovinare la vista se ti ci metti, tanti sono gli istanti di buio e di luce, un tunnel via l'altro. L'esperienza vale una scommessa da geni della geografia nel riconoscere all'istante il campanile, il molo, la foce, il capo o la torre, accomodati sul lato a mare del vagone, l'unico del resto che permette di respirare con gli occhi.

Da Ventimiglia a Sarzana, treno e mare vanno di pari passo, si rincorrono per oltre 250 chilometri. Vista dal finestrino, la Liguria è fin troppo vera. Alle brutture siamo abituati, ahimè! e dal treno le "schiene" delle case appaiono veramente orribili. Ma quando il treno passa oltre ed esce dalla città, perdendo sul cammino gli infiniti raccordi per fabbriche ormai prive di operai, e si mette a inseguire le onde, allora ci si può ancora permettere il lusso di ammirare il paesaggio e le belle cose che corrono via spinte dalla velocità. Ora una villa, un isolino di palme, un giardino, un tratto silenzioso di costa rocciosa, ora una breve cala sabbiosa, un vecchio borgo colle sue case affastellate sul pendio o schierate attorno al molo, oppure una chiesa con le sue alterne bande bianco-verdi. È una delle cose piacevoli del viaggiare in ferrovia il guardar fuori, e a volte vale il prezzo del biglietto, indipendentemente dalla meta.


Per conoscere la storia delle ferrovie in Liguria basta gettare lo sguardo nell'inestricabile groviglio di binari che aggira e sottopassa Genova. Per servire il maggior porto italiano fu necessario ideare la prima ferrovia di montagna italiana e una delle prime al mondo, in grado di superare l'Appennino. Il tunnel dei Giovi, della lunghezza di 3.250 metri, richiese quasi otto anni di lavoro, dal 1845 al 1853. Ma le costrizioni orografiche furono di stimolo al perfezionamento della tecnica ferroviaria. Molte innovazioni tecnologiche furono sperimentate sulle ferrovie liguri: l'impiego di potenti locomotive a vapore capaci di vincere le rampe più ripide (i celebri "mastodonti dei Giovi"), i sistemi di dispersione dei fumi nelle gallerie, avanzate tecniche di perforazione, l'adozione del sistema elettrico trifase entrato in funzione già nel 1910 fra Pontedecimo e Busalla. Per le linee costiere si dovette attendere altro tempo. I marittimi non volevano perdere il monopolio della navigazione sottocosta di piccolo cabotaggio. Sulla riviera di Ponente la ferrovia giunse al confine francese nel 1872, su quella di Levante toccò La Spezia nel 1874.

L'impatto fu evidentissimo, ma diversamente dall'autostrada l'assimilazione nel paesaggio costiero è stata più cortese. All'inizio fu un trauma. L'alto profilo costiero costrinse le vie di comunicazione a ridossarsi al mare e se le strade, come l'Aurelia, potevano ancora restare allo stato di mulattiere, la ferrovia dovette invece forzare la natura, forare le montagne, come nelle Cinque Terre, per trovare il profilo ottimale. Si ebbe una profonda riorganizzazione degli abitati. La linea ferrata, parallela alla costa, infranse le linee perpendicolari delle creuze e dei caseggiati protesi verso il mare. Binari, trincee, rilevati divisero i paesi dal loro porto, gli alberghi dalle loro spiagge, le ville dai loro giardini, tant'è che la percezione del paesaggio ligure, dal belvedere alla cartolina illustrata, non fu mai più disgiunta dalla presenza di una locomotiva, di una stazione o di un solitario tratto di linea ferrata.

Città come Savona o La Spezia furono condizionate nel loro sviluppo dalla presenza degli impianti ferroviari, la cui dimensione, unita a quella degli scali marittimi, coprì buona parte degli spazi disponibili. A Savona l'arretramento della nuova stazione comportò negli anni '70 del secolo scorso il riassetto urbanistico di una rilevante parte della città.


Ma la ferrovia contribuì anche al decollo turistico delle due riviere. Bordighera, San Remo, Alassio, Rapallo inaugurarono i loro lussuosi alberghi contemporaneamente alle stazioni che ricevevano i periodici "treni blu" da Vienna, Parigi, Berlino. Chi scendeva sapeva di entrare nel bel mondo dello svago e la stazione, anche se umile nella sua funzione, ne rappresentava già la dignitosa anticamera. Peccato che oggi quelle eclatanti stazioni dalle banchine fiorite, dai lambrechini di pizzo e dalle fontanelle zampillanti siano decadute o siano state orrendamente modernizzate. Basta servirsi della nuovissima stazione di San Remo, simile a una qualsiasi stazione del metrò, per sentirsi addosso questo rammarico.

"Isolatori bianchi, alle sandaline de' sostegni, fanno un'allineata di perle come a voler agghindare la riviera", richiama con sublime metafora il nostro ingegnere. "Il casello pitturato di rosa, col numero grande, del suo chilometro, attende i traini previsti. Ma nessuna vela è nel mare". Quante volte abbiamo desiderato quel mare, appiccicati ai finestrini, nell'attesa che la discesa a Framura o a Monterosso ci buttas in faccia, come un soffio ristoratore per i fuggiaschi dalle nebbie padane, la pioggia iridescente delle onde. E che delizia incipriarsi di silenzio salendo i gradini del villaggio sotto la fioca luce delle lampade tremolanti al vento, mentre l'eco dell'ultimo vagone rimbalza di galleria in galleria. Che genio quello Stephenson.


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